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Direttive svizzere sul suicidio assistito più severe, inquietudine all’estero

tre uomini seduti a un tavolo dietro a dei microfoni
David Goodall, al centro, era uno scienziato australiano che ha fatto ricorso al suicidio assistito in Svizzera a causa dell'età avanzata, sebbene non soffrisse di una malattia terminale. Questi casi potrebbero non essere più consentiti in futuro. © Keystone / Georgios Kefalas

La Federazione dei medici svizzeri ha adottato una nuova norma che potrebbe rendere più difficile l'accesso al suicidio assistito. Una decisione che perturba le persone straniere che desiderano porre fine alla loro vita legalmente in Svizzera.

Lo scorso mese di maggio, Alex Pandolfo, 68 anni, ha ricevuto un’e-mail inaspettata da un conoscente. Era accompagnata da una newsletter intitolata “Notizie inquietanti dalla Svizzera”. Il mittente era Exit International, un’organizzazione per il suicidio assistito con sede in Australia, la quale ha voluto informare su una nuova disposizione elvetica. Essa stabilisce che prima di procedere al suicidio assistito devono essere effettuate due consultazioni mediche, a distanza di almeno due settimane l’una dall’altra.

Pandolfo vive nel Regno Unito. Nel 2015, gli è stata diagnosticata una forma precoce del morbo Alzheimer. Subito dopo ha ricevuto il “via libera” da parte di Lifecircle, un’organizzazione di assistenza al suicidio con sede a Basilea. L’uomo prevede di recarsi in Svizzera quando “sarà il momento giusto”.

alex pandolfo
Alex Pandolfo. Alex Pandolfo

Avrebbe dovuto rimanere in Svizzera solo per pochi giorni per porre fine alla sua vita. Tuttavia, da quando le disposizioni sono cambiate, i costi sono aumentati e la permanenza nella Confederazione si è allungata. “Questo potrebbe scoraggiare le persone che non hanno abbastanza soldi”, afferma Pandolfo a swissinfo.ch.

No al suicidio assistito per le persone sane

Come si è arrivati a questa decisione? Nel mese di maggio, la Federazione dei medici svizzeri FMH (Foederatio Medicorum Helveticorum) ha approvatoCollegamento esterno la revisione delle direttive medico-etiche “Come confrontarsi con il fine vita e il decesso”, dell’Accademia svizzera delle scienze mediche (ASSM). Saranno inserite nel codice deontologico della federazione. Le linee guida più importanti sono:

• Ai fini di appurare il sussistere della volontà autonoma di porre fine alla propria vita, salvo casi eccezionali sufficientemente motivati, il medico deve svolgere con il/la paziente almeno due colloqui approfonditi a distanza di un minimo di due settimane l’uno dall’altro.

• I sintomi della malattia e/o le limitazioni funzionali del/della paziente sono gravi e devono essere comprovati da una diagnosi e da una prognosi appropriate.

• Non è accettabile in termini medico-etici, ai sensi delle presenti direttive, l’assistenza al suicidio prestata a persone sane.

• Prima, durante e dopo l’assistenza al suicidio, vanno tenute in considerazione le esigenze dei congiunti, ma anche quelle dell’équipe interprofessionale addetta all’assistenza e delle altre persone coinvolte. Va fornito il supporto necessario e ciò va documentato.

Le direttive dell’ASSMCollegamento esterno non sono legalmente vincolanti. Tuttavia, la loro adozione da parte della FMH e la loro inclusione nel codice deontologico apre la possibilità di sanzionare le violazioni. La FMH è l’organizzazione ombrello delle associazioni mediche svizzere che rappresentano gli interessi dei medici svizzeri; più del 90% dei medici che lavorano in Svizzera sono membri della FMH e devono rispettare il suo codice di comportamento.

“Non inasprite, ma più precise”

L’ASSM, un’istituzione privata di finanziamento della ricerca, aveva pubblicato già nel 2018 delle nuove linee guida di medico-etiche sul tema “Come confrontarsi con il fine vita e il decesso”. Queste direttive descrivono ciò che i medici dovrebbero osservare in caso di suicidio assistito. Tuttavia, la versione del 2018 è stata respinta dalla FMH perché giudicata troppo “vaga”.

Le nuove disposizioni sul suicidio assistito “non sono state inasprite, ma rese più precise”, afferma Valérie Clerc, segretaria generale dell’ASSM.

Due settimane sono troppe

Le organizzazioni per il suicidio assistito in Svizzera rifiutano però categoricamente la nuova regolamentazione.

Erika Preisig, medico e presidente di Lifecircle, è particolarmente infastidita e ritiene che la “regola delle due settimane” sia troppo severa per le persone straniere.

Lifecircle ha deciso che la prima consultazione medica può essere svolta, a seconda dei casi, anche online. Tuttavia, Preisig sottolinea che “la maggior parte dei nostri pazienti sono persone anziane. Molte non sanno come organizzare un incontro online o non hanno uno smartphone”. In questi casi, devono recarsi in Svizzera. Per le persone con disabilità fisiche, il costo dell’assistenza durante il soggiorno di oltre due settimane risulterebbe particolarmente oneroso.

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La direttiva prevede delle eccezioni, ma “non a causa della durata del soggiorno prevista in Svizzera”, puntualizza Clerc. Le eccezioni verrebbero fatte, ad esempio, “se la persona è prossima alla fine della vita o se, alla luce delle circostanze concrete – in particolare l’elevata sofferenza dovuta a sintomi difficili da controllare – appare irragionevole aspettare più a lungo prima di procedere al suicidio assistito”.

Da tempo, la Svizzera è oggetto di critiche per essere diventata una destinazione del “turismo della morte” che permette anche alle persone straniere di porre volontariamente fine ai propri giorni.

La regola delle due settimane potrebbe ridurre il numero di questi “turisti”. Era questa l’intenzione? L’ASSM si limita ad affermare che le linee guida non fanno alcuna distinzione tra persone svizzere e straniere.

“Medici come degli dèi”

Il problema non è solo il costo del soggiorno. Per la giapponese Aina, che ha ottenuto il “via libera” al suicidio assistito a causa di una rara malattia neurologica, è un’altra disposizione ad essere altrettanto preoccupante: quella secondo cui “la gravità della sofferenza deve essere dimostrata da una diagnosi e da una prognosi appropriate”.

In Svizzera, le persone che desiderano procedere al suicidio assistito devono presentare, oltre alla cartella clinica, anche una lettera. Questa deve spiegare con parole proprie quanto è grave la sofferenza e perché si vuole morire.

Aina ha 30 anni e vive in Giappone. A causa della sua malattia, non può né stare in piedi né camminare. Dipende totalmente dalla madre nella vita di tutti i giorni. Ma a differenza di che è affetto da un cancro in fase terminale, non morirà a breve.

“Se i medici possono decidere a loro discrezione se la mia malattia è sufficiente per morire, che ne è della mia volontà?”, chiede la donna. “Nessuno può valutare meglio di me stessa quanto sia grave la mia sofferenza o quanto desideri morire a causa di essa. Le organizzazioni svizzere del corpo medico vogliono considerare i medici come degli dèi?”.

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L’associazione di aiuto al suicidio Dignitas la vede allo stesso modo. Nella sua newsletterCollegamento esterno sottolinea che “la nuova direttiva relega in secondo piano il punto di vista personale del paziente, usato dal medico come giustificazione per sostenere una richiesta di suicidio assistito, e si concentra maggiormente su una classificazione medico-diagnostica della sofferenza”.

Di conseguenza, “i rapporti medici per la richiesta di suicidio assistito e i rapporti e i documenti interni che un medico svizzero è obbligato a redigere devono essere ancora più dettagliati di prima”.

Anche Exit, la più grande organizzazione svizzera per il suicidio assistito, indica a swissinfo.ch che “la direttiva non riconosce che anche i fattori psicosociali possono essere un motivo comprensibile nel desiderio di morire di una persona”.

Per le organizzazioni che si occupano di suicidio assistito, il divieto rivolto alle persone sane “ignora le decisioni del Tribunale federale [la più alta istanza giuridica in Svizzera, ndr] e della Corte europea dei diritti umani, che garantiscono agli individui la libertà di decidere quando e come vogliono porre fine alla propria vita”.

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Moderato da: Kaoru Uda

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Procedura poco chiara

Le organizzazioni per il suicidio assistito criticano inoltre la “procedura opaca” dell’ASSM e della FMH. Muriel Düby, portavoce di Exit, afferma a swissinfo.ch che il corpo medico svizzero, così come le associazioni di pazienti e le organizzazioni per il suicidio assistito, non hanno avuto la possibilità di esprimere nuovamente il loro parere. “Il testo è stato secretato anche dopo l’approvazione da parte dei massimi organi dell’ASSM”.

Exit, che offre il suo aiuto a persone di nazionalità elvetica che vivono in Svizzera e all’estero, ha deciso, in occasione di una riunione del consiglio di amministrazione tenutasi a metà giugno, di mantenere la sua prassi attuale.

Preisig e altri rappresentanti delle organizzazioni di suicidio assistito temono che in futuro ci saranno sempre più medici che esiteranno a dare sostegno alle persone che vogliono porre fine ai propri giorni.

Pandolfo racconta che, qualche anno fa, si sarebbe ucciso per paura del suo futuro, se non gli fosse stato dato il “via libera”. “Il suicidio assistito ha effettivamente migliorato la mia qualità di vita perché so che se voglio posso porre fine alla mia”. In definitiva, dice, questo previene i suicidi. “La Svizzera sta commettendo un errore”.

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